L’arte contemporanea a Firenze: Clet

“Firenze è una città che non sa apprezzare l’arte contemporanea!”

Quante volte si sentono queste parole, ed effettivamente è molto difficile trovare aperture e spazi per le espressioni artistiche più attuali, installazioni, sperimentazioni visive, o altro.

Sappiamo quanta polemica ha scatenato la statua di Jeff Koons in piazza della Signoria, oppure le suggestive atmosfere della Strozzina, forse unico spazio contemporaneo in città. Tuttavia occorre sottolineare come soprattutto negli anni sessanta e settanta la scena artistica fosse fantasiosa ed estremamente creativa.

Molti sono gli artisti stranieri che trovano studio e ispirazione tra le colline fiorentine o nei vicoli storici, in fondo anche questo è un retaggio del passato, quando Sargent, Elizabeth Chaplin e altri alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento costituivano un gruppo molto innovativo assieme ai pittori post macchiaioli, fino alla grande stagione delle avanguardie artistiche.

A  Firenze  artisti come Soffici, Primo Conti  fondarono una delle riviste più innovative e sorprendenti in una stagione che si ribellava all’Accademia, al manierismo e alle polveri dei musei, il futurismo con la rivista “La Voce” edita a Firenze  dava indicazioni originali e provocatorie,  facendosi conoscere in un contesto europeo già  scosso da correnti forti ed originali, spronando gli artisti a non più “risciacquare i panni in Arno”, ma nella Senna,  infatti molti furono i pittori che si trasferirono nella capitale , Soffici, Severini, Modigliani scoprendo una realtà  divenuta crocicchio di ispirazione e suggestioni dove Picasso, Braque , Gres, Matisse stavano creando  un modo nuovo di percepire il mondo, i colori, la realtà.

Con la prima guerra mondiale e gli anni cupi del ventennio fascista anche questo sussulto fu dimenticato e gli artisti misero da parte i quadri futuristi e si rifugiarono comodamente in un ritorno all’ordine, come allora si diceva cosicché i pittori accarezzarono le tele con classiche pennellate, con piccoli oggetti di un piccolo mondo come era appunto diventata l’Italia in quegli anni.

Ma oggi? Dopo questo brevissimo excursus, siamo anni luce lontani da quel tempo, persino gli anni settanta sembrano fossilizzati; tuttavia per cercare a Firenze impostazioni contemporanee e moderne, bisogna proprio ricordare i formidabili anni 70 e da lì ripartire, con gli anni 80 dell’eccesso e dei primi video installazioni, della moda che fa cultura, dei locali di tendenza con apertura di jazz club e di teatri d’avanguardia, da un’aria di libertà sfrenata che coincise con tutto il decennio. Nacquero i primi frutti di quella che oggi forse un po’ banalmente viene chiamata Street art, e che allora con le suggestioni latinoamericane di Siqueros e Rivera si chiamavano murales.

Oggi i critici si dividono sul valore di queste “opere”, presi dal successo fuori controllo di Bansky, più famoso di Leonardo, con quotazioni milionarie che contendono da Christie’s il primato di vendite record ai Picasso,ai van Gogh etc.

E così anche a Firenze, forte di un suo passato alternativo, ha il suo streetartist, Clet Abhram, nato in Bretagna nel 1966, e giunto in Italia dopo esperienze molto tradizionali in campo pittorico e di restauro conservativo.

Ma si sa il mondo dell’arte è sempre alla ricerca di “provocazioni” cosicché Clet decide di mettere in cantina i pennelli e si lancia nel mondo dei simboli.

Se camminate per le strade fiorentine ecco, vi rassicuro no, non è una vostra allucinazione, è proprio così, sul triangolo di pericolo c’è un omino piccolo, sul divieto di accesso la figurina sorregge la sbarra rossa del divieto, oppure segnali stradali con stickers di Pinocchio, o altre figure stilizzate, perfino una crocifissione. Da Firenze le polemiche divampano ma come spesso succede negli ambienti dove si decide cosa valutare e cosa no, e dove la regola è quella di parlate male di me, ma parlatene comunque, Clet acquista una fama che lo porterà in altre città, lasciando dietro di sé detrattori e fans che ammirano il suo modo di interpretare la codificazione dei segni, e di ricondurre tutto ad un gioco infantile. Naturalmente il limite di queste “opere” è che i segnali stradali che utilizza come tele non possono essere alterati, è un reato e dunque nemmeno se Michelangelo o Caravaggio redivivi dipingessero questi oggetti, si salverebbero da ingiunzioni legali.  La sua action painting si esprime anche nella scultura dell’omino iconico che inizialmente si staglia in equilibrio precari sul Ponte alle Grazie, e che in seguito il comune di Signa ha installato sulle acque del parco dei Renai.  Clet resisterà al tempo o è solo una meteora? Forse è solo un  modo di farsi notare oppure  è  percezione, irrealtà, un gioco di sovrapposizioni ,  che si vanno ad aggiungere ad un mondo sommerso dalle immagini, perdendosi come in un caleidescopio.

 

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