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Il Ponte Vecchio e i suoi orafi

Arrivati alla fine di Por Santa Maria si apre davanti al nostro sguardo il Ponte Vecchio, uno dei più noti simboli di Firenze.

 

La struttura risale al 1177 e nel corso dei secoli successivi subì crolli e ricostruzioni, l’architettura che oggi vediamo è quella edificata nel 1345 a tre arcate, non mancarono in seguito tragedie e guerre come quelle più vicino a noi come la seconda guerra mondiale quando i tedeschi decisero di minare il Ponte e l’alluvione del 66. Una struttura particolare con botteghe “sospese sull’Arno”, cosicché la percezione è quella di un tempo passato, reso realistico dalle tipiche chiusure in legno massiccio dei negozi e dai banchi rinascimentali che costituiscono una caratteristica unica e preziosa.

 

E di oggetti magnifici, sfarzosi, scintillanti ed eleganti fanno mostra le antiche vetrine: l’oro lavorato in modo artigianale, gioielli antichi e pietre preziose che catturano gli occhi di tutte le donne giovani e no, e che trasformano il Ponte Vecchio in una meta privilegiata. La maestria di certe lavorazioni ha una storia antichissima, una tradizione che risale agli Etruschi. Questi avevano sviluppato un grande senso estetico e una sapienza artigianale che non aveva rivali con altre popolazioni.

 

Per lavorare il nobile metallo avevano raffinato la cosiddetta granulazione in cui l’oro fuso diveniva con un procedimento a lungo restato segreto, piccole sfere chiamate grani che assemblate tra loro, davano forma a gioielli sontuosi. Gli orafi a Firenze facevano parte della ricca Arte della Seta, e avevano i laboratori agli Uffizi, grazie alla passione per i preziosi e la lavorazione dei metalli del granduca Francesco I Medici.

 

Nel Rinascimento l’arte orafa divenne talmente importante che fu direttamente collegata alla famiglia Medici, che apprezzava i preziosi manufatti simboli evidenti di un grande potere e ricchezza. La bellezza di argenti, ori, pietre dure e preziose si possono ammirare al Museo degli Argenti nel sistema museale di Palazzo Pitti, un incanto per gli occhi, un’arte che troppo spesso dagli studiosi definita minore, ma che ha tutti i crismi per esprimere bellezza ed emozioni dei capolavori artistici.

 

Tra i tanti artisti che iniziavano il loro apprendistato a bottega, fu Benvenuto Cellini che portò ai massimi vertici di elaborazione e maestria la lavorazione del metallo prezioso. Oltre che celeberrimo scultore, la sua fama di cesellatore raggiunse anche il re di Francia Francesco I che lo volle a corte nel 1540 e a Parigi realizzò la magnifica Saliera un capolavoro che oggi si trova al Kunstmuseum di Vienna.

 

La tradizione orafa si trasmetteva a bottega, centri vivaci, luoghi di scambio professionale, apprendistato per i giovani, dal lavoro più semplice fino ad arrivare alla vera e propria incastonatura delle pietre e la cesellatura cioè le fasi più difficili che danno vita e bellezza al gioiello. Con le botteghe degli orafi si alternavano quelle degli intagliatori di pietre, artisti che da un sasso grezzo di ametista o rubino riuscivano ad ottenere lucentezza, sfaccettature e forme che dovevavo lascare meravigliati i committenti, aristocratici, ricchi borghesi e ovviamente tutta la famiglia Medici.

 

Nel 1593 il granduca Ferdinando I decise di trasferire in Ponte Vecchio le botteghe e laboratori orafi.

 

Che cambiamento! Fin dalla sua costruzione il Ponte era stato destinato alla corporazione dei beccai, ossia dei macellai, pensando gli ufficiali di sanità di allontanare le esalazioni putride dai luoghi importanti della città. La soluzione che sembrava così risolutiva nel corso dei secoli divenne insostenibile, immaginate la nauseante atmosfera di quel luogo vicino all’Arno che spesso in estate si riduceva ad un filo d’acqua cosicché tutti gli scarti di macelleria ammorbavano l’aria, diffondendo malattie e dando una visione infernale a coloro che si avventuravano fin li. Cosi il granduca che passando dal Corridoio Vasariano era atterrito dal cattivo odore, decise, dopo aver “bonificato” il Ponte Vecchio, di destinarlo alle botteghe degli orafi e argentieri.

 

L’oro divenne così insieme alla moneta fiorentina, il fiorino, il materiale che sapientemente lavorato diveniva anelli, bracciali, collane. Nel corso dei secoli la magnificenza di questi gioielli rivaleggiava con gli altri centri orafi italiani, come Roma o Napoli. Inoltre per rendere ancora più originale la produzione fu introdotta una lavorazione particolare detta a mosaico, in cui piccole tarsie di pietre dure vanno a costituire decorazioni per anelli o orecchini o sontuose collane, ricostruendo scene di genere o immagini stilizzate di Firenze.

 

 

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