L’origine del cocktail Negroni

Pare che esistano tante varianti del cocktail Negroni, uno dei più famosi drink della storia. In generale ci vogliono tre parti per comporlo, un terzo di vermut, un terzo di bitter Campari, un terzo di gin. Il tutto accompagnato da una fettina di arancia, ma – diremo noi – da un po’ di fiorentinità.

Nel luglio del 2001, chiuse il bar Giacosa e qualcosa di Firenze passò dalla storia alla leggenda e la leggenda comprendeva la storia del conte Camillo Negroni, della sua idea di chiedere un’aggiunta di gin. Il periodo d’oro di quel locale e dell’aperitivo Negroni erano stati  gli anni Trenta quando la via Tornabuoni calamitava gli snob e quelli che stavano intorno a loro e passavano i pomeriggi tra la piazza che allora si chiamava Vittorio Emanuele, oggi della Repubblica, la via Tornabuoni, la via Calzaioli, piazza della Signoria, dove si affacciavano i grandi locali della tradizione  degli artisti. Giacosa, Gilli, Paszkowski, Giubbe Rosse, Doney, e altri ancora.

Artisti della penna e della tela, ma, tra costoro, gli artisti barman, come il Fosco Scarselli che molti considerano l’inventore del  Negroni, su sollecitazione del conte. E forse il cocktail è proprio una scienza o un’arte. Qualcuno dice che il cocktail prenda il nome dalla coda del gallo che, con i diversi colori dall’idea dei diversi liquori che compongono la mistura.

Qualche altro, più raffinato, dà un’altra spiegazione. Dice che il cocktail è nato alla fine del ‘700 in una farmacia di New Orleans, come una specie di medicinale che si faceva con un po’di cognac e un certo amaro di qualche erba e che il nome veniva dal misurino usato, un coquetier, un portauovo. I clienti inglesi  e francesi gli davano nome secondo la loro lingua e ne venivano parole appena diverse ma simili, gli uni cock-tay, gli altri cocktle, insomma, qualcosa che poi sarebbe diventato cocktail.

Qualsiasi sia stata l’origine del nome, quell’idea di una bevanda  che tira su e mette di buon umore, e dunque, in certo modo guarisce si è affermata ed è rimasta. È vero che di cocktail ce ne sono tantissimi, ma la ricetta in generale è un po’ sempre quella, un liquore robusto, un gin, un rum, un whisky, una vodka, un brandy, un cognac, magari qualche volta, ma più di rado, due che è bene siano in quantità più o meno uguali, e poi quello che dà la varietà e l’invenzione, una qualche sostanza che dà il gusto particolare, anche se il segreto è che il gusto del liquore forte non deve scomparire.

Qui sta il segreto dell’artista barman, che può scegliere, tra un qualche vino preferibilmente secco, e non ne mancano specialmente di francesi e di italiani, e poi aggiungere qualcosa di aromatico. In genere, va molto bene una varietà d’amaro, prima di procurare  il resto, all’inventiva senza esagerare però perché si potrebbe cadere nel kitch e nella mancanza di gusto.

Ecco allora l’importanza delle formule sperimentate, quelle che magari riguardano qualche cocktail di particolare nobiltà, ad esempio alcuni classici, il Manhattan, che per la gran parte è whisky e si completa con un sesta parte di vermut, suddiviso tra il secco e il rosso, e poi ritoccato di angostura, o il Rose, che si presenta nel suo bel calicetto, unendo al vermut il brandy alla ciliegia e il kirsch, e ti guarda tenendo dritto lo stecchino dell’oliva, o, ancora il Bronx, composto dal gin, dai due tipi di vermut, dal succo d’arancia e si presenta con una simpatica fetta d’agrume. Tutti questi nobili e affermati cocktail hanno un inventore, ma pochi lo hanno così legato a Firenze e alla sua genialità come il Negroni.

Il conte Camillo che, intorno al 1920 (qualcuno dice 1930), frequentatore del caffè Casoni, chiede al barman Fosco Scarselli di arricchire con un un po’ di gin quel che gli altri bevevano. Tutti chiedevano l’“Americano”.  un cocktail che, a dispetto del nome era italiano e che si faceva con bitter Campari, vermut rosso e seltz. Ed ecco la mistura del duo Negroni-Scarselli, equilibrata e gradevole, da bere possibilmente prima di cena, le tre parti uguali di gin, vermut e bitter Campari, con abbondanza di selz, ben riempita di cubetti di ghiaccio e ornata di una fetta d’arancia o di limone.

E siccome il cocktail è fatto così, con tanta acqua, gli intenditori lo chiamano highball, ma si potrebbe chiamarlo un piacere, un gusto e un pezzetto di raffinata  fiorentinità su cui poi ciascun barman artista potrà cercare le sue varianti.

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